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When activism and participation make the difference

Quando attivismo e partecipazione fanno la differenza

Italy
La Stampa.it
03/08/2010
Hisham Khrib

Qual è la tematica che suscita il maggior interesse di un teologo, un filosofo e uno studente di 12 anni, e poi ancora di un regista, un funzionario di governo, un blogger, un medico, un giornalista, e persino di un uomo d'azienda? Il cambiamento climatico? Naah...fino a due giorni fa sarei stato scettico in merito. Non che la questione mi fosse indifferente, ma mi hanno sempre annoiato i discorsi da giorno del giudizio che si consumano sui media tutte le volte che viene sollevata la questione, oppure quando si convocano esperti che sparano a raffica aridi termini tecnici, il più delle volte incomprensibili.

Avendo però avuto occasione di partecipare a un convegno dedicato all'argomento -- il Global Media Forum di Bonn [21/23 giugno] dove io e Jillian York siamo andati a ritirare il premio assegnatoci per Talk Marocco al concorso Best of Blogs (BOBs) -- ho appurato che quello del cambiamento climatico è in effetti un tema di grande interesse; e, ripensandoci, mi sono detto che questo è in assoluto il terreno da battere, soprattutto per le testate d'informazione.

Ecco dunque una sintesi degli interventi più interessanti tenuti al forum.

Il direttore generale di Deutsche Welle, la TV pubblica tedesca, ha ribadito quanto sia importante che i media diano un messaggio di speranza, evitando quell'atteggiamento negativo e moralistico che oggi va per la maggiore, [mentre] il sindaco di Bonn, Jurgen Nimptsch, ha proposto un "nuovo tipo di alleanza" tra i Paesi del mondo, basato sul rispetto reciproco e sulla comunanza d'interessi.
Il Sottosegretario di Stato del Ministero federale degli affari esteri tedesco Werner Hoyer, ha parlato di “grande delusione”, in riferimento all'esito della conferenza di Copenaghen sul cambiamento climatico, aggiungendo che l'informazione in materia ambientale deve essere non solo gestita da testate indipendenti ma queste devono anche dotarsi di competenze specifiche e saper utilizzare un linguaggio accessibile al grande pubblico. Per questo cresce l'importanza della formazione rivolta ai giornalisti, [per la quale] il governo tedesco ha un piano di sostegno economico (si veda la Deutsche Welle Akademie).

Il co-fondatore del Solar Impulse project Bertrand Piccard , medico appartenente a una famiglia di inventori, ha ribadito l'importanza dello 'spirito pionieristico', ovvero della capacità e del coraggio di seguire le proprie convinzioni senza fermarsi, anche nel momento del dubbio. “Dobbiamo liberarci delle certezze che abbiamo e coltivare il dubbio, cambiare strategia e accettare strada facendo le possibilità che emergono”. Per Piccard è anche necessario che i media cambino linguaggio [perché] “a Copenhagen si è affrontato il problema in termini di 'costi per risolverlo', come se avessimo scelta e ci fosse da guadagnarci a lasciar peggiorare le cose. Invece è di soluzioni e di utili che bisogna parlare”.

In direzione analoga ha puntato l'intervento di Adil Najam, Professore di Global Public Policy all’Università di Boston, per il quale basterebbe modificare la percezione che si ha dei cambiamenti climatici per progredire sensibilmente, aprendo la strada a una serie di soluzioni in grado di dar vita ad attività redditizie.

Alcuni documentaristi e produttori cinematografici specializzati sul tema, pur non considerandosi attivisti ambientalisti, hanno illustrato le diffcoltà incontrate nel reperire fondi per i loro progetti, e precisato che per fare un buon film il regista non dev'essere per forza attivista. L'importante è credere in quanto si sta facendo. E Werner Boote, produttore e regista di Plastic Planet, vincitore di un Oscar, ha raccontato di aver dedicato alla ricerca e alla produzione ben dieci anni per arrivare a realizzare il film. Qui il trailer [in tedesco].

Interessante anche il seminario ospitato congiuntamente dal Committee to Protect Journalists e da Reporters without borders, dal titolo Hidden dangers: The Risks and Challenges of Environmental Reporting, che ha segnalato i casi di giornalisti minacciati, attaccati o ostacolati mentre lavoravano a inchieste sui cambiamenti climatici e i disastri ambientali. Assente Mikhail Beketov che, a un anno dal brutale attacco [di cui è stato vittima], non si è ancora ripreso del tutto, mentre dal Brasile Lucio Flavio Pinto ha affrontato vari processi per i suoi reportage sui danni ambientali provocati nella regione amazzonica da proprietari terrieri corrotti e speculatori.

Liu Jianqiang, redattore di ChinaDialogue.net, ha parlato di “una tipologia di testate indipendenti” che starebbe emergendo in Cina e di come lui stesso sia riuscito, non senza costi personali e per il suo sito web, a portare alla luce le devastazioni ambientali di vasta portata causate da grandi aziende, soprattutto di proprietà statale. A suo parere, "rispetto agli attivisti per la democrazia, quelli ambientali corrono minori rischi di essere perseguiti legalmente da parte del governo, ma la lotta per la tutela dell'ambiente rimane comunque un'attività rischiosa, perché c'è pur sempre da scontrarsi con determinati gruppi d'interesse che hanno un'enorme influenza politica".

Tamer Mabrouk, egiziano e operario in uno stabilimento chimico nel nord del Paese, cura un blog come volontario per una serie di giornali di opposizione, per i quali ha documentato lo scarico clandestino di rifiuti chimici ad opera dell'azienda presso cui era impiegato. Dopo una serie di azioni legali, Tamer è stato licenziato e, nonostante le prove documentali a suo favore, il governo egiziano si è ufficialmente schierato dalla parte dell'azienda. "Sono diventato un facile bersaglio perché sono un blogger. Se fossi stato giornalista avrei ricevuto maggior sostegno", ha spiegato Tamer […]. Ora è disoccupato, non sa come fare a pagare la multa di 6.200 dollari che gli pende sulla testa, e rischia perfino il carcere.

Tamer e gli altri esperti del panel hanno ribadito quanto sia importante per blogger e giornalisti proteggere la propria incolumità evitando di lavorare da soli e avendo cura di fare servizi il più possibile equilibrati e privi di errori sullo svolgimento dei fatti. Ma anche così, in certi regimi autoritari o dittatoriali, ci si scontra inevitabilmente con i governi e con le prevaricazioni dei potentati industriali.

Interessante il seminario su "religione, cambiamenti climatici e media" di Ken Gnanakan, ambientalista e teologo indiano, che ha raccontato di come agli albori del suo percorso di attivista avesse cominciato a trovare un nesso fra i casi di distruzione ambientale più eclatanti del suo Paese e la dottrina creazionista del Cristianesimo che lasciava intendere agli invasori occidentali il diritto divino di prendere qualunque cosa la natura offrisse loro. Più tardi si sarebbe reso conto che nessuna religione è monolitica, pertanto su questo versante non ce n'è una che possa vantare superiorità rispetto alle altre. "In ultima analisi, tutto dipende dalla natura umana". Ribadendo il concetto di custodia del mondo, Gnanakan [ha sottolineato] che la natura non è fatta per essere sfruttata dagli esseri umani. E allora "dobbiamo smetterla di essere degli arroganti antropocentrici, [per cercare invece] una Nuova Spiritualità Globale" che metta al centro l'ambiente.

Infine, Felix Finkbeiner, attivista ambientalista di soli dodici anni e fondatore di Plant for the Planet. Chiede di lasciarsi alle spalle le emissioni di anidride carbonica per promuovere la "giustizia climatica" con una campagna mondiale per la piantagione di un milione di alberi in ciascun paese del mondo. Rivolgendosi ai politici così li esorta: "Smettete di parlare e iniziate a piantare alberi!" E come conclusione, niente di meglio del filmato dell'entusiasmante intervento di Felix.


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