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Floods across Asia. Thousands missing in China. 200 Italians stranded in India

Italy
Il Giornale.it
10/08/2010


I soccorritori lavorano senza sosta in Cina, Pakistan e India per mettere in salvo le popolazioni colpite dalle piogge torrenziali degli ultimi giorni. Nella provincia cinese di Gansu, nel nord ovest del paese, dove interi villaggi sono stati sommersi da acqua, fango e massi, risultano disperse oltre 1.100 persone, mentre stando all’ultimo bilancio fornito dalle autorità il numero dei morti è salito a 337. In Pakistan oltre 13 milioni di persone sono state colpite dalle inondazioni. Secondo le Nazioni Unite si tratta di una catastrofe peggiore addirittura dello tsunami che colpì l’Asia meridionale nel dicembre 2004.

Gli italiani bloccati in India Ci sono circa 200 italiani ancora bloccati dalle inondazioni in Ladakh, la regione himalayana che fa parte del Kashmir indiano e famosa per i monasteri tibetani e per il trekking. La Farnesina oggi ha sottolineato che "non è possibile escludere, per il momento, la presenza di vittime tra i turisti stranieri". Secondo quanto si è appreso ci sarebbero ancora due gruppi di italiani nei pressi del monastero di Lamayuru (sulla strada Srinagar-Leh bloccata). Altri si trovano in luoghi inaccessibili via strada in attesa dell’intervento di elicotteri. Ma la situazione è difficile anche per gli italiani che stanno cercando di rientrare.

Una coltre di fango e detriti Il bilancio delle vittime delle alluvioni causate da forti piogge cadute nella notte tra giovedì e venerdì è salito ulteriormente con il ritrovamento di altri corpi sotto la spessa coltre di fango e detriti che ha ricoperto parte della vallata di Leh e spazzato via alcuni villaggi come quello di Choglomsar e aumenta di ora in ora il numero degli sfollati. In totale l’esercito e l’aeronautica militare hanno portato in salvo nella giornata di oggi circa 420 escursionisti indiani e stranieri da diverse vallate. Sono stati impiegati sei elicotteri Cheetah (particolarmente adatti al terreno) che hanno effettuato circa 60 voli dalla valle di Zanskar e dalla base di Skyu alla città di Leh. I soccorsi sono resi più difficili dal fatto che gli elicotteri rischiano di rimanere impantanati nel fango. E i recuperi devono spesso essere effettuati in volo. Di ben più vaste proporzioni resta invece l’emergenza che da due settimane ha messo in ginocchio il Pakistan colpendo ben 15 milioni di persone.

Tragedia in Pakistan Migliaia di persone sono fuggite oggi dalla città di Muzaffargah, una delle principali città della provincia pachistana del Punjab, nel centro del paese, a causa del rischio inondazioni. La città di Muzaffargah conta circa 250mila abitanti. I residenti sono fuggiti dalle loro case dopo che le autorità hanno lanciato l’allarme per il rischio di possibili esondazioni dei fiumi della provincia. "C’è il caos", ha detto Mohammed Amir, un poliziotto che si trova in città. Secondo quanto ha detto un responsabile governativo nel distretto di Dera Ghazi Khan, l’allarme è stato lanciato solo dopo che le autorità hanno appurato l’esistenza del rischio di maggiori inondazioni. "Potrebbe anche non accadere nulla, ma la città è in pericolo", ha detto il responsabile all’Associated Press. Le persone colpite dalle inondazioni nelle ultime due settimane in Pakistan sono circa 13,8 milioni. Secondo il premier pachistano Yousuf Raza Gilani si tratta del più grave disastro naturale della storia del suo paese, mentre per le Nazioni Unite si tratta di una catastrofe peggiore dello tsunami del 2004.

Le cause delle inondazioni Caldo estremo, siccità e inondazioni: le catastrofi ambientali che colpiscono numerosi Paesi dalla Russia al Pakistan non sono che l’effetto dei cambiamenti climatici in corso, secondo gli specialisti intervistati dalla France Presse. Sebbene gli eventi climatici non siano collegati fra di loro, sono però coerenti con le conclusioni raggiunte dal Gruppo Intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc) dell’Onu: "Si tratta di eventi destinati a ripetersi ed intensificarsi in un clima alterato dai gas serra: non possiamo giurare che nulla di questo sarebbe successo duecento anni fa, ma il sospetto c’è", spiega Jean-Pascal van Ypersele, vicepresidente dell’Ipcc. La Noaa, l’ente federale statunitense per l’ambiente, sottolinea come il pianeta non sia mai stato così caldo come nei primi sei mesi del 2010: una tendenza destinata ad aumentare gli episodi di ondate di calore e siccità. "Che si tratti di frequenza o intensità, ogni anno vengono battuti dei record, a volte più volte in una settimana: ci si trova realmente in situazioni senza precedenti, conformemente alle proiezioni dell’Ipcc, anche se occorreranno osservazioni su periodi di più anni per tirare delle conclusioni in termini di clima", aggiunge Omar Baddour, dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale.

 

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